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mercoledì, maggio 05, 2004

TORTURE: UNA PRATICA DIFFUSA
Le torture commesse sui prigionieri iraqueni non sono l'abuso di potere di pochi deviati ma una pratica diffusa e sistematica. Una pratica messa in atto dalle truppe americane in Iraq e Afghanistan e che ricalca gli abusi praticati a Guantanamo. Tutto ciò emerge dalle ripugnanti foto, dal coinvolgimento di alte sfere dell'esercito e dell'intelligence, e dalle dichiarazioni degli stessi.

Il generale Janis Karpinski, rimosso dall'incarico di responsabile di Abu Ghraib, ha dichiarato che la missione era di "guantanamizzare":


Lo scorso settembre, Saddam Hussein ancora a piede libero, la parola d'ordine in Iraq era quella di ''Guantanamizzare'' gli interrogatori, ovvero di estrarre da alcuni detenuti il maggior numero di informazioni possibile ricorrendo ai metodi seguiti [CONTINUA...] nell'enclave cubana in cui sono stati rinchiusi i ''combattenti illegali'', come vengono definiti negli Stati Uniti i presunti esponenti di al Qaeda e del regime dei Taleban. Lo denuncia il generale Janis Karpinski, l'alto ufficiale rimosso dall'incarico di responsabile di Abu Ghraib e di altri 15 carceri in Iraq in seguito alla diffusione della notizia delle sevizie, sostituita in Iraq proprio dal generale Miller, che allora comandante a Guantanamo, fu inviato in Iraq per una missione speciale.[...]
il numero dei presunti insorti detenuti, un misto di ex baatisti, ex funzionari dell'intelligence di Saddam, e criminali comuni passati alla resistenza, e' fra le sette e le ottomila persone. Il generale denuncia inoltre come il 19 novembre scorso il comando di Abu Ghraib era stato trasferito da un esponente della sua polizia militare a uno dell'intelligence. ''Avevano messo una gran pressione su di loro per ottenere altre informazioni. Il Problema era che a Guantanamo poteva contare su 800 unita' di polizia militare per 600 prigionieri, e noi ne avevamo 130 per 8mila detenuti''. ''Le divisioni di combattimento erano piu' energiche nel condurre raid. Volevano avere in mano elementi di intelligence utili per le loro azioni''
(fonte: Vita.it).

Inoltre al pentaghono fu consegnato il 3 marzo un dossier che ben documenta le toruture e gli abusi commessi in Iraq e in Afghanistan.

Ecco alcuni stralci e parti riassunte del documento:


Fra l'ottobre e il dicembre 2003 nella struttura di detenzione di Abu Ghraib (Bccf) furono inflitti a diversi detenuti numerosi abusi sadici, clamorosi e sfacciatamente criminali.
Gli abusi sistematici e illegali sui detenuti sono stati perpetrati da diversi membri della forza di polizia militare (la 372/a Compagnia di Polizia Militari, 320/o Battaglione, 800/a Brigata) nella sezione A-1 del carcere di Abu Ghraib (Bccf).

Segue un riassunto delle fattispecie elencate nel rapporto: "Inoltre - continua il testo del rapporto - diversi detenuti hanno descritto i seguenti abusi, che, date le circostanze, giudico credibili in base alla chiarezza delle affermazioni e le prove addotte a sostegno dai testimoni:"

- Rottura di lampade chimiche, il cui contenuto fosforico veniva versato sui prigionieri
- Minacce con pistole calibro 9 mm.
- Getti d'acqua fredda su detenuti nudi
- Percosse con manici di scopa o con una sedia
- Minacce di stupro ai danni di prigionieri maschi
- Sutura da parte di membri della polizia militare di ferite provocate facendo urtare con violenza il detenuto contro le pareti della cella
- Prigionieri sodomizzati con lampade chimiche o con manici di scopa
- Impiego di cani militari senza museruola per spaventare i detenuti, in un caso risultato in un morso - Pugni, schiaffi e calci ai prigionieri; pestoni sui piedi nudi
- Foto o riprese video di detenuti, uomini e donne, spogliati nudi, a volte in pose forzate umilianti e sessualmente esplicite
- Denudamento dei prigionieri, a volte lasciati spogliati anche per diversi giorni
- Obbligo per i detenuti maschi di indossare capi intimi femminili
- Obbligo per gruppi di detenuti maschi di masturbarsi mentre vengono ripresi
- Prigionieri obbligati a stendersi uno sull'altro in un mucchio sul quale i militari saltavano
- Prigionieri obbligati a stare in piedi su una cassetta, incappucciati con un sacchetto, con fili collegati a dita delle mani dei piedi e al pene, simulando la tortura dell'elettroskock
- Fotografie di militari mentre hanno rapporti sessuali con detenute
- Fotografie di prigionieri con catene e collari da cani attorno al collo
- Fotografie di prigionieri morti
- Le parole "sono uno stupratore" sulla gamba di un detenuto, fotografato nudo, accusato di aver violentato una 15/enne.

Il rapporto parla poi dei cosiddetti "detenuti fantasma", consegnati a varie strutture di detenzione amministrate dall' 800/a Brigata di polizia militare da altre agenzie governative Usa, "senza documentarlo".

Nel testo del rapporto infine si legge: "Queste conclusioni sono suffragate da confessioni scritte rilasciate da diversi indagati, da confessioni scritte rilasciate da detenuti e da dichiarazioni di testimoni".

(fonte: Panorama)

Dell'utilizzo sistematico della tortura da parte delle truppe americane si parlava ormai da giorni, ma i militari statunitensi ieri hanno confessato una realtà ben più sconvolgente. In Iraq e Afghanistan 25 persone sono state seviziate fino alla morte. Lo scioccante bilancio di morte è stato fornito direttamente dai comandi americani ai giornalisti accorsi al Pentagono per una conferenza stampa. (il manifesto - 5 maggio)

domenica, aprile 25, 2004

24 Aprile 2004
FUMETTI.LA STORIA DI QUESTA SETTIMANA HA UNO SPONSOR D’ECCEZIONE
Il black out a Topolinia scagiona l'Enel

L'abbiamo sognato tutti: prendere in castagna l'infallibile investigatore Topolino e potergli dire che ha sbagliato. Beh, nel caso «Black-out a Topolinia», pubblicato nell'ultimo numero del giornalino, anche il topo più famoso e del mondo ha preso il proverbiale granchio: il vero colpevole del sabotaggio nella centrale elettrica non è lo scontato Macchia Nera, bensì l'Enel. A questo punto i sospetti si sono [continua...] fatti pesanti: si è trattato di un semplice errore o lo stesso Topolino era coinvolto nella messa in scena? Nessuno con un minimo di credibilità avrebbe avuto il coraggio di puntare il dito contro l'irreprensibile difensore della giustizia. Per questo una gola profonda si è rivolta al Riformista chiedendo di svelare il mistero. Una prima sommaria indagine aveva già creato dei sospetti: nelle ultime settimane sul giornalino si discettava amabilmente di centrali elettriche e produzione di energia pulita, dopo che di casi di black-out a Topolinia non se ne vedevano da anni (numero 1278 del 1980 e 2209 del 1998, per i puristi). Ed ecco invece che, sinistramente evocato, il buio cala sulla città. La prima a crollare sotto le domande è stata Minnie, che in lacrime ci dichiara: «Qualsiasi cosa abbia fatto, lo ha fatto a fin di bene». Ma la dritta giusta ce la dà una sua vecchia conoscenza - un gattone un po' sovrappeso, sigaro in bocca ed andatura claudicante - che mormora: «Dovete andare in fondo a questa storia». E infatti, sul giornalino, in fondo alla storia sul black out, ci sono quattro paginette didattiche sull'energia elettrica a cura di Orazio (che con questi soldini extra forse si deciderà a sposare Clarabella), un concorsino sponsorizzato Enel ed un rimando al sito dell'ex monopolista e al suo programma dedicato agli alunni delle scuole, «Energia in gioco». Link che ritroviamo in bella mostra anche sull'homepage del sito di Topolino.
Inchiodato, finalmente il topo ammette la verità: «E' vero c'è stato un accordo, ma solo per permettere ai bambini di capire quanto conta l'energia elettrica nella loro vita, così magari tra dieci anni, quando l'Enel o un'altra società chiederanno di aprire una centrale, non si andranno ad incatenare ai cancelli dei cantieri, perché l'energia la vogliono tutti, ma le centrali nessuno». Ma come fa uno che sa che la giustizia trionfa sempre, a credere che la verità non sarebbe venuta a galla? Topolino ha la risposta: «Beh voi sul vostro black out la storia del tronco che cade in Svizzera ve la siete bevuta. Mica avete perso tempo a chiedervi perché l'importazione dall'estero conviene così tanto da sovraccaricare le reti».
(tratto da il Riformista)




mercoledì, aprile 07, 2004

IRAQ

Italia stile somalo

TOMMASO DI FRANCESCO
MANLIO DINUCCI
Due «partiti» sembrano fronteggiarsi: quello favorevole e quello contrario alla permanenza dei nostri soldati in Iraq. Sembrano. Perché il «Triciclo» nemmeno stavolta chiede il ritiro delle truppe italiane. Entrambi però si sbracciano nella solidarietà ai nostri soldati. Per l'uccisione di 15 iracheni da parte delle forze armate italiane - criminale quanto esplicita violazione dell'articolo 11 della Costituzione - solo, e all'ultimo momento, qualche subordinata, tardiva solidarietà «anche» alle famiglie dei caduti iracheni. Emblematico poi è il modo con cui Il Corriere della Sera online ha dato ieri la notizia: «Nassiriya: scontri con sciiti, 11 bersaglieri feriti in modo non grave . Quindici miliziani di Sadr uccisi». Nello stesso articolo, a margine, si riportava però che, tra i «miliziani» uccisi ci sono anche «due bambini e una donna». Niente di nuovo sul fronte occidentale. Nel 1993 così Il Corriere della Sera riportava le notizie di uccisioni di somali da parte dei soldati italiani: «Mogadiscio, gli italiani sparano: uomini del San Marco e carabinieri della Folgore hanno intercettato un gruppo di rapinatori» (3-1-93); «Gli italiani sparano, uccisi 4 somali: i nostri incursori attaccati» (28-2-93). Caddero, in verità, al famoso ceck-point Pasta, decine e decine di civili che protestavano lanciando sassi contro i soldati italiani, donne e bambini falciati dal tiro incrociato dei «nostri» mitragliatori. Fu il battesimo del «Nuovo modello di difesa». Ora l'Iraq, come la Somalia.

La mutazione genetica delle forze armate italiane era appena iniziata: nell'ottobre 1991 - subito dopo la prima guerra del Golfo, la prima a cui aveva partecipato la Repubblica italiana. Il governo [continua] Andreotti aveva varato, sulla scia del riorientamento strategico Usa, il rapporto Modello di difesa / Lineamenti di sviluppo delle FF.AA. negli anni `90: vi si stabiliva che compito delle forze armate italiane non è più solo la difesa della patria (art. 52 della Costituzione), ma la «tutela degli interessi nazionali ovunque sia necessario». Faceva la comparsa per la prima volta il criterio degli «interventi militari per la gestione delle crisi» ovunque siano toccati gli «interessi vitali» del paese. Una volta varato, il Nuovo modello di difesa è passato di mano in mano, da un governo all'altro, dalla prima alla seconda repubblica, con un sostanziale, profondo, appoggio «bipartisan».

Nel 1995, durante il governo Dini, lo stato maggiore della difesa affermava che «la funzione delle forze armate trascende lo stretto ambito militare per assurgere anche a misura dello status e del ruolo del paese nel contesto internazionale». Nel 1996, durante il governo Prodi, nella 47a sessione del Centro alti studi della difesa il generale Angioni affermava: «La politica della difesa diventa uno strumento della politica della sicurezza e, quindi, della politica estera». Nel 1999 - dopo che il governo D'Alema aveva fatto partecipare l'Italia, sotto il comando Usa, alla guerra Nato contro la mini-Jugoslavia - la marina militare annunciava che l'Italia era riuscita ad «affermare il suo ruolo di media potenza regionale» nel «Mediterraneo allargato: spazio geopolitico comprendente [...] il Golfo Persico che, attraverso lo Stretto di Hormuz, è intimamente collegato al sistema mediterraneo di rifornimenti energetici».

Così è stata rilanciata, contro la nostra Costituzione, una politica di stampo coloniale che porta oggi le nostre forze armate, sotto comando Usa, a occupare un paese e a reprimere nel sangue la ribellione dei suoi abitanti.

(tratto da il manifesto)


lunedì, marzo 29, 2004

Mille e una domanda
[cazzeggio personale di Red]

1) Come ti chiami? Giuseppe
2) Ti piace il tuo nome? Sì, perchè è il mio.
3) Come si dovrebbe chiamare la donna della tua vita? Non è un particolare molto importante, ma mi piacciono molto nomi come Asia o Giada.
4) Se dovessi indicare 5 cose per cui vale la pena vivere cosa diresti? 5 cose sono troppo poche..ce ne sono tantissime!! non so..una bella giornata di sole, il dolce sapore di un melone fresco d'estate, bagnarsi sotto una fitta pioggia, una ciocca con gli amici, il sorriso sincero di una bella ragazza..(ok ne ho dette 5, mi fermo)
5) Se vincessi dieci milioni di euro cosa ti compreresti come prima cosa? Ma.. niente cose lussose, magari una macchina nuova..ma niente di esuberante, un'Alfa basterebbe. Ah, anche un maxischermo. [continua...]
6) Al mare che costume metti? I boxer
7) Come ti vesti di solito? Scarpe da ginnastica, Jeans, maglietta/maglione

8) Le prime tre caratteristiche fisiche che guardi in una donna? Gli occhi, un pò più in basso, ora torniamo su.. il viso in generale.
9) Cosa ti fa innamorare in una persona? Le sensazione speciali che mi trasmette
10) Se lei tradisce perdoni? No
11) Di solito compri le cianfrusaglie dei "marocchini"? A volte.
12) Di solito fai l'elemosina agli zingari? No
13) Sei di sinistra o di destra? Di sinistra, più precisamente mi definirei come un socialista libertario
14) Che indumento ti eccita di più in una persona che ti piace? Dipende, ma più che l'indumento è il modo in cui lei lo indossa

15) E' vero che gli occhi sono lo specchio dell'anima? Sì abbastanza.
16) Credi al colpo di fulmine? Il primo impatto è molto importante, ma a volte il colpo di fumine inganna
17) Sei innamorato? No
18) Il tuo piatto preferito? Ce ne sono tanti, ultimamente mi piacciono molto le lasagne, ma il preferito di sempre è la pizza.
19) Un piatto che ti disgusta? La trippa!! e tutti i formaggi tranne la mozzarella
20) Ti piace il minestrone? Sì, lo adoro!
21) Come dovrebbe essere, in cinque aggettivi, la donna della tua vita? Simpatica, intelligente, sensibile, affascinante, onesta
22) Se fosse in tuo potere di risolvere un grande problema - uno solo – che affligge l'umanità su cosa cadrebbe la tua scelta? E' banalissimo, però risolverei il problema della fame nel mondo (purtroppo l'uccisione di Giuliano Ferrara è un reato, altrimenti questo problema lo avrei già risolto con facilità)

23) Credi in Dio? No, penso che sia impossibile sapere se esista o meno. Ritengo comunque molto improbabile la sua esistenza (ma sarebbe bello se esistesse)
24) Sei religioso? No
24) Ritieni che l'Occidente sia superiore alle altre civiltà del mondo? No!

26) Per cosa ti batteresti fino al rischio della vita? Per le mie idee, e affinchè ciascuno possa esprimere le proprie
27) La violenza serve a risolvere i problemi? No!
28) Meglio grassi o magri? E' Meglio una via di mezzo
29) Bacio con lingua o senza? con
30) Quanto è importante il sesso in un rapporto? Credo sia importantissimo per completare un rapporto e creare una profonda intimità
31) Ti potresti mai innamorare di una persona che non ti piace fisicamente? Bè, se mi fa proprio schifo no, però non deve essere una figona per farmi innamorare
32) La castità secondo te è un valore? No! (a proposito lo sapete che Rosy Bindi e Formigoni hanno fatto voto di castità?)
33) Hai mai praticato il sesso orale? Purtroppo non sono così snodato! (Mio Dio che battutaccia! però non la cancello..)
34) Ti piace disegnare? Mi piace dipingere ma non lo faccio da un paio d'anni (da quando non devo più fare quelli per la prof di Arte del liceo)

35) Cosa disegni di solito? ai tempi..i paesaggi

36) Chi è stata la prima persona di cui ti sei innamorato? Ho avuto delle cotte, ma non mi sono mai innamorato davvero
37) Hai mai molestato sessualmente qualcuno? No
38) Sei mai stato molestato? Purtroppo nessuna mi ha mai molestato
39) Cosa ti infastidisce di più al mondo? Moltissime cose, l'ipocrisia, l'intolleranza, l'egoismo..

40) Chi è il tuo regista italiano preferito? Non ne ho uno..
41) Il tuo programma tv cult? i simpson e blob
42) Cosa non ti compreresti mai? Una forma di gorgonzola
43) Cosa non regaleresti mai? Idem: il gorgonzola
54) In vacanza dove e con chi? In un'isoletta del Mediterraneo con una bella fanciulla..

55) Matrimoni gay, favorevole o contrario? Favorevole
56) Invidi qualcuno? No
57) Hai mai fatto a botte? No
58) Hai mai provato attrazione per una persona del tuo stesso sesso? No
59) Cosa ti piace fare nel tempo libero se rimani a casa? Navigare in internet, leggere, oziare, rispondere a questi inutili questionari
60) E se esci fuori? Una sbronza e quattro chiacchiere. Un bel film o un concerto di quelli buoni.

61) La frase più stupida che hai sentito? Dovremmo spedirli tutti al loro paese mettendoli su un treno e poi farlo saltare per aria.

62) Quella più intelligente? O ci si organizza a lavorare un giorno la settimana e vivere, giocare e creare durante gli altri sei giorni o l'umanità è destinata a estinguersi. (Silvano Agosti --> frase che già pubblicai su questo blog)
63) Cantante preferito? Nirvana, Rino gaetano, Bob Marley, Celentano, Queen, Enya, Banda Bassotti (non in questo ordine)
64) Ti piace cantare? Sì!
65) Legalizzare le droghe leggere, d'accordo o no? Favorevolissimo
66) La guerra in alcuni casi può essere giustificabile? Mai
67) Il tuo scrittore preferito? S. King (si sa chi è..), I. Welsh(quello di Trainspotting - che però non ho letto), G. Culicchia (Tutti giù per terra)
68) Un libro che consiglieresti? Siddharta.

69) Cosa pensi di questo governo? Lo hai votato? E' il peggiore di sempre, e naturalmente non lo ho votato

70) Che sport pratichi? La pesca?
71) Poseresti mai nudo per una rivista? Posare tipo modello che vende il suo corpo no, finirci sopra nudo per altri motivi magari sì.
72) Gireresti mai un film porno? No, il sesso si fa per amore, non per soldi
73) Hai mai odiato qualcuno? No, mai.
74) Se potessi far scomparire qualcuno con uno schiocco delle dita chi faresti scomparire? Ce ne sono tanti che se lo meriterebbero..
75) Quanto è importante nella vita il lavoro? Per la società molto, per me molto poco
76) Il tuo sogno più grande? Assaporare ogni attimo della vita
77) Convivenza o matrimonio? Basta l'amore a unire due persone, il pezzo di carta non serve poi a molto
78) Gli uomini e le donne quanto sono uguali e quanto sono diversi? Sono complementari
79) Il peggior difetto dell'altro sesso? Sono un pò troppo furbe, ci rigirano come vogliono
80) Qual è la tecnica seduttiva a cui non sai resistere? Basta uno sguardo di quelli giusti

81) Ti masturbi? Come tutti
82) Ti piacciono gli animali? Quali? Sì, un pò tutti, poi dipende come li cucini..

83) Caccia, sei contro o a favore? Contro, ma favorevole alla pesca
84) Meno tasse e meno servizi o più tasse e più servizi? Più tasse ai ricchi e più servizi ai poveri
85) Il tuo gioco da tavolo preferito? Risiko!

86) Il tuo vino preferito? Cannonau

87) Il tuo sogno erotico più hard? Io, lei, chiusi in un caldo chalet sotto la bufera, champagne e ....le altre 20 figone dell'Harem!!
88) Scuola e sanità: pubbliche o private? Pubbliche
89) Che squadra di calcio tifi? Nessuna, ma mi sta simpatica la Roma
90) Se tuo figlio/a fosse gay sarebbe un problema? No problem

91) Cosa ti rifaresti dal chirurgo plastico? Niente
92) Hai mai fatto pensieri sconci sulla persona che ti ha spedito questa mail? No, intanto l'ho presa dal suo blog e non via mail, e poi è un maschio

93) Credi alla superiorità della razza bianca? Perchè mai? No, non esistono le razze (e poi l'unica vera differenza è un'inferiorità dei bianchi riguardo una certa caratteristica fisica..)

94) Credi alla magia e al paranormale? No.
95) Gli alieni esistono? Potrebbero
96) Il tuo pittore preferito? Van Gogh( che gusto banale, vero?)
97) La città dove vorresti vivere? Ma.. non è il dove, ma il come che conta, per cui anche Misinto va bene

98) Dì qualcosa alla persona che ti ha mandato questa e-mail? Roby, guarda che la frase "..campi di grano!" non è poi così stupida.. ;-)
99) Credi nelle pari opportunità tra i sessi? Eh.. dovrebbero esserci! purtroppo però l'uomo attualmente è svantaggiato, dovremo lottare molto per raggiungere l'uguaglianza tra i sessi.
100) Cosa pensi dell'altro sesso? Però per essere uscite da una costola..niente male!
101) Ti piaci? A volte moltissimo, a volte un pò.
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giovedì, marzo 18, 2004

KOSOVO
La guerra buona
TOMMASO DI FRANCESCO
(articolo tratto da il manifesto del 18 marzo 2004)

Precipita la crisi in Kosovo. Da cinque anni precipita, ma tutti hanno preferito tacere su una ferita che i bombardamenti della Nato hanno mantenuta aperta. Riesplode ora, quando la guerra all'Iraq vede sfaldarsi il fronte dei belligeranti occidentali. Rimaneva il Kosovo, la guerra buona e «di sinistra» - era D'Alema il presidente del consiglio che la gestì e poi se ne vantò - e se ne vanta ancora - in un libro di memorie presentato a Roma con l'ancora comandante Nato Wesley Clark. Ieri Kosovska Mitrovica ha visto scene «normali» di guerra etnica nei Balcani. Ma non era avviata ormai la pacificazione? No, e appare forte la responsabilità di chi ha usato la guerra come arma di risoluzione dei conflitti. Quella guerra occidentale - cominciò 5 anni fa, il 24 marzo del 1999 - fu il risultato di una serie di stravolgimenti del diritto internazionale. Oggi chi la rivendica parla del ruolo dell'Onu, mentendo. Perché esisteva solo un dispositivo del 1998 che aveva avviato sul campo una missione di monitoraggio dell'Osce proprio per impedire violenze da tutte le parti. Rapporti Onu ancora nel gennaio `99 e quelli dell'Osce non parlavano di pulizia etnica ma di «sfollati da una parte e dall'altra». Fu la Nato, invece, la protagonista, per la prima volta ben oltre il suo mandato istituzionale. La svolta avvenne con il legame perverso tra Richard Holbrooke, l'inviato Usa, e le milizie dell'Uck, indicate come «terroristi» solo pochi mesi prima dall'altro inviato Usa nei Balcani, John Gelbart. Poi la pantomima della conferenza di Rambouillet. La strage di Racak fece il resto: peccato che l'anatomopatologa finlandese Helena Ranta, impegnata nelle indagini indipendenti, ha ribadito anche in questi giorni che quella strage era inventata. Bastò perché l'americano William Walker ritirasse la missione Osce.

Il 24 marzo del 1999 la Nato, senza alcun voto dell'Onu, avviava la più grande campagna di bombardamenti sulla Jugoslavia dalla Seconda guerra mondiale. Vennero rase al suolo tutte le infrastrutture del paese, fabbriche, ponti, comunicazioni, ospedali, tornarono i rifugi a Belgrado, vennero uccisi 1.500 civili - con l'«innocente» uso delle cluster bomb sui centri abitati, gli effetti collaterali si moltiplicarano con l'uccisione sotto i raid dell'Alleanza di centinaia di profughi albanesi-kosovari in fuga dalla vendetta di Milosevic - che reagì con furia etnica all'attacco Nato - ma anche in fuga dai bombardamenti. Dopo 78 giorni di inarrestabili raid e bugie - fu il battesimo delle menzogne di adesso - dei governi occidentali, si arrivò alla pace di Kumanovo nel giugno 1999, le truppe serbe si ritirarono lasciando il campo all'Alleanza atlantica. Allora cominciò quella che l'Onu a fine dicembre 1999 chiamò «contropulizia etnica» dei civili serbi, rom e goranci, accompagnata dalla mattanza degli albanesi moderati. Proprio sotto gli occhi della Kfor che ha assistito senza muovere un dito alla demolizione di più di 100 monasteri ortodossi. Nulla era cambiato, le parti si erano invertite: 200mila serbi fuggirono, i pochi rimasti vennero terrorizzati: dalla fine della guerra sono 1.300 i serbi uccisi, 1.200 i desaparecidos.

Non solo. L'Amministrazione Onu a guida di Bernard Kouchner ha di fatto avviato il Kosovo all'indipendenza, in aperto contrasto con gli accordi di pace. Fino alla precipitazione di ieri. E adesso è premier a Belgrado quel Vojslav Kostunica che da presidente jugoslavo tuonò contro la guerra «umanitaria» e che ancora chiede all'Aja di processare per le uccisioni di civili sotto i raid, i leader della Nato.

Ormai è chiaro: dietro il caos dei Ds sulla guerra all'Iraq e sulla missione italiana a Baghdad - voto d'incostituzionalità e poi non voto sul finanziamento - c'è proprio il mancato chiarimento sulla guerra «umanitaria» del centrosinistra, diventata bipartisan con i voti della destra. La guerra «buona», quella del moderno uranio impoverito, delle cluster bomb progressiste.


martedì, marzo 09, 2004

PERCHÉ MI CANDIDO CON I COMUNISTI ITALIANI
Gianni Vattimo

Roma, 1 marzo 2004 (tratto da www.comunisti-italiani.it )





Il comunismo reale è morto, viva il comunismo ideale. Cosi potrei riassumere la storia della mia decisione di accettare di entrare nelle liste del Partito dei Comunisti Italiani alle prossime elezioni europee. La dirigenza (soprattutto torinese) dei Ds ha diffuso le più varie calunnie su questa decisione. Nessuna ragione politica che valesse la pena di venir discussa in pubblico. Per esempio, il mio sempre più accentuato allontanamento dalla linea della dirigenza - locale e nazionale - dei Democratici di Sinistra, in una direzione che mi permetto di chiamare di sinistra. La vicinanza ai movimenti, la critica radicale al sempre più scandaloso filosocialismo (inteso come craxismo) di D'Alema e dello stesso Fassino; il rifiuto della politica dei Ds sulla questione dell'Iraq e della guerra in generale, sui temi della globalizzazione e dell'appeasement con l'economia capitalistica, considerata la sola possibile, magari con qualche oliatura di "nuovo" welfare; ma intanto la legge 30, le proposte di Rutelli sulle pensioni, il sabotaggio del referendum sull'articolo 18 (e la sottovalutazione del suo risultato: se dieci milioni vi sembran pochi!); il "riformismo" rappresentato dal quotidiano omonimo il quale premia Fini come il politico dell'anno perché ha avuto il "coraggio" di condannare l'Olocausto, ma intanto sostiene la politica bellica di Bush & Co. e, all'interno, promuove la legge sulle droghe; Prodi che, in Europa, progetta di costituire un "grande partito europeo di centro", insieme alla destra chiracchiana francese; ma la sinistra e il listone, che c'entrano?
Il malessere della sinistra interna ai Ds è sempre più marcato, tuttavia essa continua a voler rimanere "interna", probabilmente fino alla estinzione completa della sua già flebile voce. Sperare che vincano le liste antriberlusconiane, che fanno riferimento a Prodi, è sacrosanto; ma lo è altrettanto cercare di far sì che invece non "vinca" e sia ridimensionata la lista "unitaria" riformista; una sua affermazione significherebbe una specie di "licenza di uccidere" ogni dissenso e ogni prospettiva di sinistra per la dirigenza moderata dei Ds.
Davanti ai disastri che sta producendo il capitalismo imperialista dell'America di Bush, io sono persino disposto a riprendere in esame il giudizio sulla violenza del leninismo. Mi rendo sempre più conto che il futuro della democrazia può essere solo socialista: con una economia non abbandonata nelle mani dei monopoli privati, con una libertà di stampa e di opinione che non dipenda solo dai poteri forti degli stessi monopoli. Sembra che i nostri "moderati" che cercano un "bipolarismo mite" non guardino per nulla al mondo extraoccidentale: l'Africa che sta morendo di Aids e di guerre alimentate dalle nostre armi; l'America Latina dove solo un appoggio franco dell'Europa può decidere la lotta per liberarsi dall'imperialismo yankee; eccetera.
Avete mai sentito ricordare problemi come questi nei discorsi "programmatici" dei dirigenti Ds? Mi sento più a mio agio se guardo a queste tematiche con una prospettiva "comunista", nel senso di quell'ideale di uguaglianza e governo sociale dell'economia e delle libertà civili.
Davanti all'irrigidimento del regime neocapitalista, sia in Italia sia nel mondo dominato da Bush, la "sinistra" italiana ha assunto posizioni sempre più moderate, perché conta di poter tornare a vincere le elezioni solo spostandosi progressivamente al centro-destra; imitando, insomma, anche nei modi di condurre la campagna elettorale, il nemico Berlusconi. Il comunismo "ideale" resta uno dei pochi orizzonti che possono dare senso alla politica e anche alle nostre esistenze individuali. Tutto il resto è marmellata consumistica e "fumus Berlusconis". Aiutiamoci e aiutiamo gli italiani a liberarsene.


PERCHÉ HO SCELTO I COMUNISTI ITALIANI
Nicola Tranfaglia

Roma, 1 marzo 2004 (tratto da www.comunisti-italiani.it )


Vorrei spiegare meglio le ragioni della mia scelta (di abbandonare i Ds) che possono avere un loro più largo interesse in quanto non illustrano soltanto un caso personale ma affrontano problemi che riguardano tutta la sinistra. Chi scrive non viene dalla tradizione comunista, ma da quella giellista e poi azionista che ha collaborato criticamente con il Partito comunista italiano, che ha lottato durante la lotta partigiana con i comunisti contro i nazisti e i fascisti di Salò, che ha costituito nell'immediato dopoguerra la forza politica più decisa alla costruzione di un'Italia nuova e democratica, anche se non è riuscita a legare a sé le masse popolari e perciò si è sciolta come forza politica autonoma. Sul piano teorico il pensatore a cui spesso mi sono riferito è stato Antonio Gramsci e con lui Piero Gobetti e Gaetano Salvemini. Conosco dunque la tradizione dei comunisti italiani e mi sento assai vicino a loro.
L'indicazione di queste coordinate, che non sono soltanto teoriche ma di esperienza storica concreta, mi ha condotto a un disagio sempre maggiore all'interno del partito dei Democratici di sinistra dopo il congresso di Pesaro. Ho votato per Giovanni Berlinguer perché la sua mozione era contraria alla cancellazione della memoria storica del Pci e prospettava una politica nuova, attenta al superamento della crisi della sinistra, esplosa già negli anni del craxismo dominante, e di un metodo consociativo e poco trasparente. Mi ha colpito il trattamento ostile che la maggioranza ha assunto verso di me: non si può stare in un partito in cui la democrazia si pratica assai poco, in cui non si vuol discutere né del passato né del presente e del futuro, in cui i nuovi gruppi dirigenti si scelgono sulla base della sottomissione e del conformismo e non delle esperienze e delle competenze politiche e culturali.
Il problema che mi interessa di più dopo aver fatto la mia scelta, affrontando per questo attacchi pubblici e privati, inventando candidature europee che ho rifiutato dall'inizio con chiarezza, è la formazione di un'area di sinistra dell'Ulivo che, negli ultimi anni, é stata rappresentata con maggior coerenza dalla linea di Diliberto. Oggi si possono creare le condizioni per rispondere al progetto centrista e moderato di D'Alema, Fassino e Rutelli con la creazione di una federazione della sinistra che esprima limpidamente da una parte il rispetto della memoria comunista e delle sue pagine più luminose e, dall'altra, l'indicazione di una politica, a livello italiano come a quello europeo, di una politica economica e sociale di tutela dei lavori e dei diritti dei lavoratori, una politica costituzionale di difesa dei principi e dei valori della Costituzione repubblicana, una linea attenta ai rapporti tra la cultura e la politica, l'apertura chiara alla collaborazione tra i partiti, i movimenti e la società civile.
Che senso ha l'affollamento al centro dei maggiori partiti che rappresentano il centro-sinistra? L'esigenza di tutti gli italiani che ho avuto la fortuna di incontrare è quella di cambiare questo governo e questa maggioranza, di costituire nuovi gruppi dirigenti della sinistra in grado di elaborare un programma democratico.


La posta in gioco
LUCIANA CASTELLINA
da il manifesto del 9 marzo 2004

Era il 1991: l'altra guerra dell'Iraq, un'altra occasione di rottura nella sinistra. Più grave, perché il consistente voto di dissenso che divise in Parlamento il Pci accelerò la successiva separazione dei suoi eredi. La scelta era allora fra chiedere solo il cessate il fuoco o anche il ritiro del contingente navale italiano. Non si trattava di una questione tattica: la posta in gioco era strategica, (continua...) significava la dissociazione o meno dalla politica Usa nella vicenda irachena ma, più in generale, dal progetto di lungo periodo già allora visibile anche se solo oggi pienamente dispiegato: la definitiva marginalizzazione dell'Onu e il disegno di mettere sotto controllo americano l'intera regione petrolifera. Le analogie con la vicenda che si svolge in questi giorni in parlamento sono evidenti, la posta in gioco la stessa. Ora, tuttavia, con non poche aggravanti. Innanzitutto la totale assenza del «senno di poi» della maggioranza Ds, che i fatti intervenuti in questo decennio (Afghanistan, basi militari in tutte le repubbliche ex sovietiche, ininterrotti bombardamenti sull'Iraq, oltre agli abusi più recenti e locali) dovrebbe esserle venuto. Inoltre nel `90-91 c'era pur sempre - più o meno valida - la giustificazione dell'invasione irachena del Kuwait (e infatti la coalizione che attaccò Baghdad era amplissima); la minaccia che Saddam faceva pesare sul mondo intero era anche allora risibile (il Pil del paese era la metà di quello del Belgio), ma comunque l'economia e l'apparato militare non erano allo stremo come ora, dopo più di dieci anni di micidiale embargo, di bombardamenti, di distruzioni. Il generale Schwarzkopf si fermò a ogni buon conto ai confini del paese, e, sebbene a malincuore, Bush senior fu costretto a non procedere al suo annientamento come accaduto ora, a riprova che l'obiettivo non era la liberazione del popolo iracheno (in seno al quale nessun soggetto credibile si è levato a chiedere questo tipo di aiuto), ma l'occupazione di una zona economicamente e politicamente strategica. Ma l'aggravante forse più seria sta nel fatto che nel frattempo la militarizzazione crescente dei rapporti internazionali, con tutti i riflessi che essa ha avuto a livello domestico, stanno inducendo una erosione della democrazia tanto grave da far riflettere sull'ipotesi che la fase del capitalismo democratico, quale l'abbiamo conosciuto dal '45 in poi, sia forse giunta al termine. La guerra preventiva e infinita, insomma, appare oggi ben più chiaramente connessa al processo di involuzione autoritaria che tutti ci minaccia.

Il voto di domani non serve a pagare gli stipendi ai carabinieri, la cui presenza in Iraq non ha peraltro alcuna utilità militare o umanitaria. Serve a accettare, magari con rassegnazione, o a rifiutare, tutte queste implicazioni della «pax americana» (che, come dice Walden Bello, se un antico protagonista di quella «romana» dovesse rinascere per vederla, resterebbe inorridito). In second'ordine serve come sappiamo agli affari. Per credere, guardare all'interessante convegno promosso nei giorni scorsi dall'Istituto italiano per il commercio estero dal titolo «prospettive di investimento in Iraq», relatore il responsabile americano per le privatizzazioni nel paese. Una differenza in meglio, molto meglio, tuttavia da allora c'è: nel `90-'91 facemmo molta fatica a mobilitare la gente, questa volta ci prepariamo a un immenso 20 marzo, un anno dopo la più grande e mondiale manifestazione pacifista di tutte le epoche. Non è poco.



giovedì, febbraio 26, 2004

I «desaparecidos» di Bush
da il manifesto del 26 febbraio 2004

Dall'11 settembre il governo americano ha avviato larghe operazioni di detenzione di stranieri, arabi e musulmani. Gettandoli in un limbo senza uscita
Oggi si stima che almeno 5.000 persone siano state detenute negli Stati uniti. Senza accuse, senza prove, senza garanzie. E molti di loro sono ancora prigionieri
BRUCE JACKSON
All'indomani dell'11 settembre 2001 e degli attacchi terroristici al World Trade Center e al Pentagono, i funzionari del governo degli Stati Uniti avviarono un'operazione di detenzione massiccia di cittadini stranieri arabi e musulmani. La maggior parte dei fermi, se non tutti, fu giustificata con scuse inconsistenti come la scadenza di un visto, problema che normalmente viene risolto con un invito a presentarsi per prorogare il permesso. Rispetto alle persone fermate, si è parlato di "detenzione" e non di "arresto". Se, infatti, quegli stranieri fossero stati arrestati, sarebbero entrati a far parte del sistema giudiziario penale e avrebbero avuto accesso alle sue forme di protezione. Con la sola detenzione sono invece entrati in una sorta limbo, esattamente quello che vuole l'amministrazione Bush.

Nel giugno 2003, un rapporto di Aclu (American Civil Liberties Union) riporta una ricerca dell'Ufficio dell'ispettorato generale del Dipartimento di Giustizia, definita «di estrema importanza perché evidenzia gli aspetti reali di quella detenzione preventiva, indiscriminata e a lungo termine, messa in atto nel periodo successivo all'11 settembre ai danni di alcuni immigrati», persone imprigionate senza che venisse loro contestata alcuna accusa; in alcuni casi sono passati otto mesi prima del loro rilascio, ed è stato negato loro ogni accesso agli avvocati. Centinaia di registrazioni video sulle condizioni di prigionia sono state distrutte prima che le squadre investigative potessero esaminarle. Il governo ha rifiutato di rivelare i nomi dei detenuti, le cui udienze si sono svolte a porte chiuse, senza che potessero intervenire né stampa, né pubblico. Ancora oggi, nessuno conosce i nomi e il numero dei detenuti, né si sa quanti siano stati deportati e quanti sono ancora prigionieri. Il rapporto è pronto già da un anno, ma John Ashcroft, ministro della Giustizia, ne ha impedito la pubblicazione perché, nella sua forma originale, il documento critica alcuni importanti rappresentanti politici. Il testo è reperibile on line all'indirizzo:

http://www.usdoj.gov/oig/special/0603/full.pdf.

Già in un precedente rapporto di Amnesty International venivano espresse simili preoccupazioni: «[...] sebbene non siano imputati di alcun crimine, molti detenuti arrestati dopo l'11 settembre sono trattenuti in prigione in condizioni punitive, spesso insieme a imputati o condannati per reati penali. Amnesty International ha raccolto alcune denuncie per trattamenti inumani, come isolamenti prolungati, infiniti ammanettamenti [con uso di catene e cinghie per le gambe] durante le visite o leudienze in tribunale e mancanza di esercizio fisico adeguato. Ci sono accuse per abusi fisici e verbali. Amnesty ha ascoltato i racconti di familiari che per settimane non hanno saputo se e dove i loro cari fossero detenuti. Perfino ai legali era impedito di sapere dove fossero trattenuti i loro clienti o quando do-

vessero presentarsi davanti al tribunale dell'immigrazione. Un avvocato ha raccontato di aver cercato di rintracciare un suo assistito mediante il nome e la data di nascita e di essersi sentito rispondere che quella persona «non era inserita nel sistema», benché fosse senz'altro incarcerata».

[Stati Uniti d'America: Appello di Amnesty International sulle detenzioni successive all'11 Settembre negli Stati Uniti -14 marzo 2002]

Alcuni dei fermati per scadenza dei visti hanno di fatto richiesto nei modi e nei tempi previsti l'estensione degli stessi, ma il Servizio di Immigrazione e Naturalizzazione non ha risposto in tempo, motivando l'inadempienza con il sovraccarico di lavoro. Questi visitatori hanno fatto esattamente ciò che era loro richiesto dalla legge statunitense, ma nonostante ciò sono stati trattenuti in condizioni disumane per un lungo periodo e, in un numero imprecisato di casi, trasferiti nottetempo, con nient'altro che i vestiti che indossavano, senza avere l'opportunità di parlare con le famiglie per dire che erano vivi e che stavano più o meno bene.

In principio, il ministro della Giustizia John Ashcroft si è anche gloriato del numero di detenuti, ma dopo il 5 novembre del 2001, quando si è raggiunto un totale di 1.182 fermati, non ha più parlato. David Cole, autore di un recente e interessante libro sugli abusi perpetrati ai danni degli stranieri da parte di militari e funzionari della giustizia penale [Enemy Aliens: Double Standards and Constitutional Freedoms in the War on Terrorism; New York - The New Press, 2003], afferma che a maggio del 2003 il totale era salito ad almeno 5.000 unità. La cifra è tuttora approssimativa, perché il governo continua a rifiutare di rivelare i nomi dei prigionieri o il loro numero totale. E si giustifica con la motivazione della "sicurezza nazionale".

Subito dopo l'11 settembre 2001, scrive Cole, «il governo ha sottoposto in maniera selettiva i cittadini stranieri a interrogatori, registrazioni, detenzioni automatiche ed espulsioni solo sulla base delle origini arabe o musulmane; ne ha fermati migliaia, in patria e all'estero; li ha processati in segreto e si è rifiutato di ascoltare o processarne altri; li ha interrogati per mesi e mesi in condizioni di coercizione e isolamento estremi, senza nessun contatto con gli avvocati; ne ha autorizzato l'allontanamento sulla base delle sole parole; li ha giudicati passibili di espulsione per far parte di associazioni, innocenti dal punto di vista politico, non gradite; e ne ha autorizzato la detenzione a tempo indefinito solo perché "l'ha deciso il procuratore generale"».

E qual è il risultato di queste migliaia di detenzioni, imprigionamenti ed espulsioni straordinarie? Secondo Cole, «solo cinque detenuti [tre senza cittadinanza americana, arrestati durante la prima ondata, e due fermati successivamente come testimoni chiave] sono stati accusati di crimini legati al terrorismo. Di questi cinque, uno è stato condannato per cospirazione a sostegno di atti terroristici; due sono stati assolti da ogni imputazione per atti di terrorismo; lo stesso è avvenuto con il quarto, non appena si è dichiarato colpevole di reati minori, e il quinto deve ancora essere processato».

Prigionieri

Non è certo la prima volta che, durante un periodo di minacce ravvisate, il governo degli Stati Uniti decide di incarcerare delle persone soprattutto sulla base dell'etnia di appartenenza. Durante la seconda guerra mondiale, per esempio, più di 110.000 nippo-americani furono segregati in campi di concentramento, in base all'ordine esecutivo numero 9012. Inoltre, 2000 persone di origini giapponesi vennero deportate con la forza negli Stati Uniti dall'America Latina, e furono anch'esse imprigionate.

Ciò che accadde a queste persone fu un atroce abominio, ma se non altro non passò inosservato e i detenuti non vennero segregati. Furono ingiustamente imprigionati, ma non scomparvero. Tutti sapevano dove erano incarcerati e quando la guerra finì furono liberati.

Lo stesso non succede per le migliaia di cittadini stranieri detenuti o imprigionati senza nessuna notizia dall'11 settembre del 2001 in poi. Restano imprigionati senza una ragione, segregati agli avvocati che potrebbero aiutarli o alle famiglie che vivono nell'angoscia per la loro inspiegabile scomparsa. Bush e Ashcroft sono alle prese con un evento mai visto prima in America

Guantánamo

Oltre alle 5000 e più detenzioni interne, circa 650 afgani, inglesi, australiani e persone di altre nazionalità sono prigioniere nella base militare statunitense di Guantánamo Bay, a Cuba. Gli Stati Uniti hanno invaso l'Afghanistan perché considerato una presunta base dell'organizzazione Al Qaeda di Osama Bin Laden, responsabile degli attacchi dell'11 settembre. I talebani, fondamentalisti religiosi che sottomettevano le donne e distruggevano le opere d'arte, non sono mai piaciuti a nessuno, e nessun governo è sembrato troppo preoccupato del fatto che gli Stati Uniti occupassero il paese intenzionati a rovesciarne il potere. Per quanto detestabili possano essere i talebani agli occhi degli occidentali, restano tuttavia seri dubbi sulla legittimità della deportazione da parte degli americani di centinaia di persone -anche di soli 13 anni- nelle celle isolate di una base navale statunitense a Cuba, dove vivono in condizioni di brutale coercizione, senza che sia loro consentito di avere contatti con i legali o con ogni altro visitatore, imprigionati senza accusa formale per un periodo che avrà fine solo quando lo decideranno i carcerieri.

Perché questi uomini e questi bambini sono ancora in catene? Sono prigionieri di guerra o sono vittime di un sequestro? Per quale ragione vengono trattenuti? Vengono interrogati per ottenere informazioni su Bin Laden? Quante notizie utili sulle attività e sul domicilio attuale di Bin potranno mai avere? Vengono torturati? Visto che nessuno al di fuori del governo sa esattamente quante persone sono state portate a Cuba, nessuno saprà mai quante sono morte, i loro corpi sepolti in fosse senza nome o gettati dalle navi in mare aperto con il favore delle tenebre. Organizzazioni per i diritti umani quali Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato la situazione cubana, ma l'amministrazione Bush continua a fare ostruzionismo verso ogni forma di critica.

La logica di Bush

All'inizio, l'amministrazione Bush ha giustificato il proprio comportamento sulla base della gravità del pericolo, aggiungendo che le persone così brutalmente trattate non erano comunque cittadini statunitensi e perciò non avevano diritto al livello di protezione garantito agli americani. Anche se nella Costituzione non c'è accenno a distinzioni tra chi possiede o meno la cittadinanza quando si parla di diritti umani -rappresentanza legale, processi veloci e punizioni crudeli e inumane- negli anni, e soprattutto in tempo di guerra, i tribunali hanno mostrato una certa negligenza nell'applicare con costanza gli stessi standard ai non cittadini, in particolare a quelli di paesi avversari in guerra.

Bush sostiene che azioni e poteri di questo tipo sono necessari alla sua guerra contro il "terrorismo". Ma il terrorismo è un comportamento, una strategia, non una nazione o un gruppo. Sappiamo dove sono i confini di un paese e chi sono i suoi cittadini; possiamo invece dire quali siano i confini o gli abitanti di un comportamento o di una strategia? Una guerra senza un nemico è un conflitto senza fine. E così questi poteri straordinari in tempo di guerra sono diventati, senza che né il Congresso né la stampa se ne siano praticamente accorti, poteri permanenti. Bisognerà lavorare duro per liberarsene.

1. parte. Da «Latinoamericae tutti i sud del mondo» n. 85,in vendita nelle librerie Feltrinelli.Bruce Jackson è professoredi cultura americana alla StateUniversity of New York di Buffalo

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