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giovedì, febbraio 26, 2004

I «desaparecidos» di Bush
da il manifesto del 26 febbraio 2004

Dall'11 settembre il governo americano ha avviato larghe operazioni di detenzione di stranieri, arabi e musulmani. Gettandoli in un limbo senza uscita
Oggi si stima che almeno 5.000 persone siano state detenute negli Stati uniti. Senza accuse, senza prove, senza garanzie. E molti di loro sono ancora prigionieri
BRUCE JACKSON
All'indomani dell'11 settembre 2001 e degli attacchi terroristici al World Trade Center e al Pentagono, i funzionari del governo degli Stati Uniti avviarono un'operazione di detenzione massiccia di cittadini stranieri arabi e musulmani. La maggior parte dei fermi, se non tutti, fu giustificata con scuse inconsistenti come la scadenza di un visto, problema che normalmente viene risolto con un invito a presentarsi per prorogare il permesso. Rispetto alle persone fermate, si è parlato di "detenzione" e non di "arresto". Se, infatti, quegli stranieri fossero stati arrestati, sarebbero entrati a far parte del sistema giudiziario penale e avrebbero avuto accesso alle sue forme di protezione. Con la sola detenzione sono invece entrati in una sorta limbo, esattamente quello che vuole l'amministrazione Bush.

Nel giugno 2003, un rapporto di Aclu (American Civil Liberties Union) riporta una ricerca dell'Ufficio dell'ispettorato generale del Dipartimento di Giustizia, definita «di estrema importanza perché evidenzia gli aspetti reali di quella detenzione preventiva, indiscriminata e a lungo termine, messa in atto nel periodo successivo all'11 settembre ai danni di alcuni immigrati», persone imprigionate senza che venisse loro contestata alcuna accusa; in alcuni casi sono passati otto mesi prima del loro rilascio, ed è stato negato loro ogni accesso agli avvocati. Centinaia di registrazioni video sulle condizioni di prigionia sono state distrutte prima che le squadre investigative potessero esaminarle. Il governo ha rifiutato di rivelare i nomi dei detenuti, le cui udienze si sono svolte a porte chiuse, senza che potessero intervenire né stampa, né pubblico. Ancora oggi, nessuno conosce i nomi e il numero dei detenuti, né si sa quanti siano stati deportati e quanti sono ancora prigionieri. Il rapporto è pronto già da un anno, ma John Ashcroft, ministro della Giustizia, ne ha impedito la pubblicazione perché, nella sua forma originale, il documento critica alcuni importanti rappresentanti politici. Il testo è reperibile on line all'indirizzo:

http://www.usdoj.gov/oig/special/0603/full.pdf.

Già in un precedente rapporto di Amnesty International venivano espresse simili preoccupazioni: «[...] sebbene non siano imputati di alcun crimine, molti detenuti arrestati dopo l'11 settembre sono trattenuti in prigione in condizioni punitive, spesso insieme a imputati o condannati per reati penali. Amnesty International ha raccolto alcune denuncie per trattamenti inumani, come isolamenti prolungati, infiniti ammanettamenti [con uso di catene e cinghie per le gambe] durante le visite o leudienze in tribunale e mancanza di esercizio fisico adeguato. Ci sono accuse per abusi fisici e verbali. Amnesty ha ascoltato i racconti di familiari che per settimane non hanno saputo se e dove i loro cari fossero detenuti. Perfino ai legali era impedito di sapere dove fossero trattenuti i loro clienti o quando do-

vessero presentarsi davanti al tribunale dell'immigrazione. Un avvocato ha raccontato di aver cercato di rintracciare un suo assistito mediante il nome e la data di nascita e di essersi sentito rispondere che quella persona «non era inserita nel sistema», benché fosse senz'altro incarcerata».

[Stati Uniti d'America: Appello di Amnesty International sulle detenzioni successive all'11 Settembre negli Stati Uniti -14 marzo 2002]

Alcuni dei fermati per scadenza dei visti hanno di fatto richiesto nei modi e nei tempi previsti l'estensione degli stessi, ma il Servizio di Immigrazione e Naturalizzazione non ha risposto in tempo, motivando l'inadempienza con il sovraccarico di lavoro. Questi visitatori hanno fatto esattamente ciò che era loro richiesto dalla legge statunitense, ma nonostante ciò sono stati trattenuti in condizioni disumane per un lungo periodo e, in un numero imprecisato di casi, trasferiti nottetempo, con nient'altro che i vestiti che indossavano, senza avere l'opportunità di parlare con le famiglie per dire che erano vivi e che stavano più o meno bene.

In principio, il ministro della Giustizia John Ashcroft si è anche gloriato del numero di detenuti, ma dopo il 5 novembre del 2001, quando si è raggiunto un totale di 1.182 fermati, non ha più parlato. David Cole, autore di un recente e interessante libro sugli abusi perpetrati ai danni degli stranieri da parte di militari e funzionari della giustizia penale [Enemy Aliens: Double Standards and Constitutional Freedoms in the War on Terrorism; New York - The New Press, 2003], afferma che a maggio del 2003 il totale era salito ad almeno 5.000 unità. La cifra è tuttora approssimativa, perché il governo continua a rifiutare di rivelare i nomi dei prigionieri o il loro numero totale. E si giustifica con la motivazione della "sicurezza nazionale".

Subito dopo l'11 settembre 2001, scrive Cole, «il governo ha sottoposto in maniera selettiva i cittadini stranieri a interrogatori, registrazioni, detenzioni automatiche ed espulsioni solo sulla base delle origini arabe o musulmane; ne ha fermati migliaia, in patria e all'estero; li ha processati in segreto e si è rifiutato di ascoltare o processarne altri; li ha interrogati per mesi e mesi in condizioni di coercizione e isolamento estremi, senza nessun contatto con gli avvocati; ne ha autorizzato l'allontanamento sulla base delle sole parole; li ha giudicati passibili di espulsione per far parte di associazioni, innocenti dal punto di vista politico, non gradite; e ne ha autorizzato la detenzione a tempo indefinito solo perché "l'ha deciso il procuratore generale"».

E qual è il risultato di queste migliaia di detenzioni, imprigionamenti ed espulsioni straordinarie? Secondo Cole, «solo cinque detenuti [tre senza cittadinanza americana, arrestati durante la prima ondata, e due fermati successivamente come testimoni chiave] sono stati accusati di crimini legati al terrorismo. Di questi cinque, uno è stato condannato per cospirazione a sostegno di atti terroristici; due sono stati assolti da ogni imputazione per atti di terrorismo; lo stesso è avvenuto con il quarto, non appena si è dichiarato colpevole di reati minori, e il quinto deve ancora essere processato».

Prigionieri

Non è certo la prima volta che, durante un periodo di minacce ravvisate, il governo degli Stati Uniti decide di incarcerare delle persone soprattutto sulla base dell'etnia di appartenenza. Durante la seconda guerra mondiale, per esempio, più di 110.000 nippo-americani furono segregati in campi di concentramento, in base all'ordine esecutivo numero 9012. Inoltre, 2000 persone di origini giapponesi vennero deportate con la forza negli Stati Uniti dall'America Latina, e furono anch'esse imprigionate.

Ciò che accadde a queste persone fu un atroce abominio, ma se non altro non passò inosservato e i detenuti non vennero segregati. Furono ingiustamente imprigionati, ma non scomparvero. Tutti sapevano dove erano incarcerati e quando la guerra finì furono liberati.

Lo stesso non succede per le migliaia di cittadini stranieri detenuti o imprigionati senza nessuna notizia dall'11 settembre del 2001 in poi. Restano imprigionati senza una ragione, segregati agli avvocati che potrebbero aiutarli o alle famiglie che vivono nell'angoscia per la loro inspiegabile scomparsa. Bush e Ashcroft sono alle prese con un evento mai visto prima in America

Guantánamo

Oltre alle 5000 e più detenzioni interne, circa 650 afgani, inglesi, australiani e persone di altre nazionalità sono prigioniere nella base militare statunitense di Guantánamo Bay, a Cuba. Gli Stati Uniti hanno invaso l'Afghanistan perché considerato una presunta base dell'organizzazione Al Qaeda di Osama Bin Laden, responsabile degli attacchi dell'11 settembre. I talebani, fondamentalisti religiosi che sottomettevano le donne e distruggevano le opere d'arte, non sono mai piaciuti a nessuno, e nessun governo è sembrato troppo preoccupato del fatto che gli Stati Uniti occupassero il paese intenzionati a rovesciarne il potere. Per quanto detestabili possano essere i talebani agli occhi degli occidentali, restano tuttavia seri dubbi sulla legittimità della deportazione da parte degli americani di centinaia di persone -anche di soli 13 anni- nelle celle isolate di una base navale statunitense a Cuba, dove vivono in condizioni di brutale coercizione, senza che sia loro consentito di avere contatti con i legali o con ogni altro visitatore, imprigionati senza accusa formale per un periodo che avrà fine solo quando lo decideranno i carcerieri.

Perché questi uomini e questi bambini sono ancora in catene? Sono prigionieri di guerra o sono vittime di un sequestro? Per quale ragione vengono trattenuti? Vengono interrogati per ottenere informazioni su Bin Laden? Quante notizie utili sulle attività e sul domicilio attuale di Bin potranno mai avere? Vengono torturati? Visto che nessuno al di fuori del governo sa esattamente quante persone sono state portate a Cuba, nessuno saprà mai quante sono morte, i loro corpi sepolti in fosse senza nome o gettati dalle navi in mare aperto con il favore delle tenebre. Organizzazioni per i diritti umani quali Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato la situazione cubana, ma l'amministrazione Bush continua a fare ostruzionismo verso ogni forma di critica.

La logica di Bush

All'inizio, l'amministrazione Bush ha giustificato il proprio comportamento sulla base della gravità del pericolo, aggiungendo che le persone così brutalmente trattate non erano comunque cittadini statunitensi e perciò non avevano diritto al livello di protezione garantito agli americani. Anche se nella Costituzione non c'è accenno a distinzioni tra chi possiede o meno la cittadinanza quando si parla di diritti umani -rappresentanza legale, processi veloci e punizioni crudeli e inumane- negli anni, e soprattutto in tempo di guerra, i tribunali hanno mostrato una certa negligenza nell'applicare con costanza gli stessi standard ai non cittadini, in particolare a quelli di paesi avversari in guerra.

Bush sostiene che azioni e poteri di questo tipo sono necessari alla sua guerra contro il "terrorismo". Ma il terrorismo è un comportamento, una strategia, non una nazione o un gruppo. Sappiamo dove sono i confini di un paese e chi sono i suoi cittadini; possiamo invece dire quali siano i confini o gli abitanti di un comportamento o di una strategia? Una guerra senza un nemico è un conflitto senza fine. E così questi poteri straordinari in tempo di guerra sono diventati, senza che né il Congresso né la stampa se ne siano praticamente accorti, poteri permanenti. Bisognerà lavorare duro per liberarsene.

1. parte. Da «Latinoamericae tutti i sud del mondo» n. 85,in vendita nelle librerie Feltrinelli.Bruce Jackson è professoredi cultura americana alla StateUniversity of New York di Buffalo

venerdì, febbraio 20, 2004

Lettera aperta al segretario dei Ds
di Alberto Asor Rosa

Caro Piero,
già nell’aprile scorso, quando la maggioranza Ds si astenne sull’invio di un contingente militare italiano in Iraq, io manifestai pubblicamente il mio dissenso, scrivendo: sulle questioni della pace e della guerra fate quel che volete, ma non fatelo a nome mio.
La decisione di ieri di non votare sul rifinanziamento delle missioni militari italiane all’estero, compresa quella in Iraq (ovvero, di uscire dall’aula, di restare in aula incrociando le braccia, ecc. ecc., questo poco importa), al di là delle svariate sfumature tecniche, assume il significato, in buona sostanza, di una decisione di non votare no sulla questione decisiva all’ordine del giorno. Alla mancanza di coraggio e di chiarezza si è solo aggiunta una punta consistente di ipocrisia, ma, ripeto, la sostanza resta la stessa.
Poichè non si tratta di una singola, particolare controversia, sempre possibile in politica, ma di un atteggiamento mentale ed etico-politico complessivo, sarebbe scorretto e farisaico da parte mia non far seguire i fatti alle parole.
Rimetto perciò nelle tue mani la mia tessera d’iscritto ai Ds.
Viene meno così, e con mio enorme rammarico, un lungo percorso comune. Mi sono iscritto alla gioventù comunista nel 1953. Ne sono uscito nel 1956, perché nessuno riuscì a persuadermi che fosse giusto difendere il socialismo sparando sugli operai di Budapest in sciopero.
Sono rientrato nel Pci nel 1972, quando mi sembrò che il gruppo dirigente di quel partito avesse seriamente liquidato la dottrina dell’Urss come paese del «socialismo reale». Ho accompagnato tutte le vicende successive di quel partito e di quelli che ne sono via via scaturiti, spesso dissentendo ma sempre, credo, lealmente e costruttivamente.
Ne esco ora di nuovo, perché nessuno può persuadermi che la causa della pace e della democrazia si possa utilmente difendere, affiancando un nostro corpo militare di occupazione alle armate, ben più consistenti e significative, di quelle nazioni occidentali, le quali hanno scatenato la «guerra preventiva», fondandola sulla menzogna e sugli interessi economici (in particolare americani) da proteggere e sviluppare.
Trovo scandaloso per giunta che si possa rinunciare a schierarsi nettamente in un’occasione del genere contro il governo più vergognoso che la nazione italiana abbia conosciuto dalla notte dei tempi, consentendogli di parlare legittimamente di un Parlamento che, quasi all’unanimità, si schiera a favore della politica estera e militare impostaci da questa maggioranza.
Non posso nasconderti, caro Piero, che se questo è il biglietto da visita con cui la nuova concentrazione riformistico-moderata si presenta al Paese, c’è da temere che per il futuro se ne debbano vedere di peggiori, anzi, di molto peggiori.
Ho già detto recentemente cosa penso in generale di questa operazione: non vedo perché, se ci sono politici e individui che la pensano nello stesso modo, non debbano unirsi/fondersi/confederarsi per pensare e agire meglio ai loro fini. A te, in particolare, do atto della moderazione con cui conduci tale operazione. Se non c’è una sinistra in grado di controllare, riequilibrare, arginare gli esiti di tale operazione, la responsabilità non è certo vostra, che non siete la sinistra ma un’altra cosa.
La prospettiva, tuttavia, si profila poco esaltante. Mettiamo pure sul conto positivo e da non disperdere l’obiettivo da tutti condiviso di abbattere il più presto possibile il governo della vergogna (anche se è lecito dubitare che scelte come quella di rinunciare a votare no sulla guerra siano propizie alla causa conclamata). Sul resto non vedo per ora dove siano l’accordo e il consenso. Ma di questo parleremo, com’è giusto, un’altra volta.
Ora mi limito a constatare che la vostra lunga e faticosa marcia di allontanamento dall’originaria matrice, quella comunista, si è finalmente conclusa. Del passato non conservate davvero più nulla. Curioso. Quando eravamo tutti nel Pci, non c’è stato un solo momento, in cui uno come me si sia sentito pienamente identificato con la politica, con la strategia e con la cultura del partito cui appartenevo. Per molti di voi, invece, - gruppo dirigente Ds, futuro gruppo dirigente del «partito riformista», - l’identificazione fu pressoché assoluta.
Oggi, come qualcuno ha detto e scritto, non avreste mai voluto essere comunisti. E io, al contrario, penso che, senza conservare il senso, assolutamente storico, beninteso, di quell’esperienza e di quell’eredità, correte il rischio di essere come gli altri, come tutti gli altri. Ho continuato a lungo ad ascoltarvi, e per molti versi mi sforzo di farlo ancora: non vi riconosco più. Anzi: non so più chi siate. In queste condizioni meglio interrogarsi e parlarsi da lontano, come io, siine certo, continuerò a fare.
Con i migliori auguri di buon lavoro.




(tratto da l'Unità  - febbraio 2003)

mercoledì, febbraio 18, 2004

IL COMMENTO
Pantani nel deserto dei depressi
di UMBERTO GALIMBERTI

La cosa più sconvolgente nella tragedia di Marco Pantani forse non è la sua morte, ma l'assoluta solitudine in cui era stata lasciato negli ultimi anni, quando le glorie del campione cedevano il posto alle sofferenze mute e forse abissali dell'uomo.

Educati come siamo alla cultura dell'applauso non sappiamo neanche dove sta di casa la cultura dell'ascolto. Distribuiamo farmaci per contenere la depressione, ma mezz'ora di tempo per ascoltare il silenzio del depresso non lo troviamo mai. Con i farmaci, utili senz'altro, interveniamo sull'organismo, sul meccanismo biochimico, ma la parola strozzata dal silenzio e resa inespressiva da un volto che sembra di pietra, chi trova il tempo, la voglia, la pazienza, la disposizione per ascoltarla? Tale è la nostra cultura. E allora il silenzio diventa tumultuoso, e la depressione prende a parlare, non con le nostre parole banalmente euforiche o inutilmente consolatorie, ma con quelle rotture simili alla lacerazione delle ferite quando il corpo le conosce come ferite mortali.
È a questo punto che lo spettro della morte si annuncia e inizia a parlare con il tono tranquillo di chi sa di tenere nelle proprie mani tutte le sorti.

Fine del baccano indiavolato in cui quotidianamente tentiamo di esprimere la nostra gioia. Un baccano che è la parodia del grido d'angoscia che, se fosse ascoltato, ci farebbe riconoscere un uomo nel deserto delle cose.

Un deserto che si espande da quel presente muto, in cui il depresso disabita per invivibilità ogni evento, al passato che ha desertificato glorie, trionfi e amori che non si sono radicati, progetti estinti al loro sorgere, ricordi che non hanno nulla a cui riaccordarsi, in quella solitudine frammentata dove l'identico, nella sua immobilità senza espressione, coglie quell'altra faccia della verità che è l'insignificanza dell'esistere.
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Non si può parlare neppure di disperazione, perché l'anima del depresso non è più solcata dai residui della speranza. E le parole che alla speranza alludono, le parole di tutti, più o meno sincere, le parole che non si rassegnano, le parole che insistono, le parole che promettono, le parole che vogliono guarire languono tutte attorno al depresso, come rumore insensato. Il rumore che gli altri, quelli che un tempo applaudivano, si scambiano ogni giorno per far tacere a più riprese quella verità che il depresso, nel suo silenzio, dice in tutta la sua potenza.

Bisogna avere il coraggio di vivere fino in fondo anche l'insignificanza dell'esistenza per essere all'altezza di un dialogo con il depresso. E solo muovendosi intorno a questa verità, che è poi la verità che tutti gli uomini si affannano a non voler sentire, può aprirsi una comunicazione.

Comunicazione rischiosa, non perché ci può trascinare nella depressione, ma perché può tradire la nostra insincerità. Il depresso infatti è sensibile al volto che smentisce la parola, e il suo silenzio smaschera la finzione e l'inconsistenza. Per questo i volti dei depressi sono rigidi e pietrificati.

Abitando la verità dell'esistenza con tutto il suo dolore, essi non stanno al doppio gioco della parola che danza disinvolta nell'insensatezza della vita, o che, impegnata, indica una formazione di senso laggiù ai confini del deserto.

Il depresso sa che il confine, come l'orizzonte, è sempre al di là di ciò che di volta in volta appare come confine e orizzonte, sa che non c'è felicità nella sequenza dei giorni, che il sole che muore è lo stesso che risorge, e che nel cerchio perfetto che il ritorno disegna naufraga il progetto che per un giorno s'era levato per reperire un senso nella vita.

Si può spezzare questo cerchio tragico e perfetto? Sì, se siamo capaci di ritrovare l'essenza dell'uomo che Hölderlin indica là dove dice: "Noi siamo un colloquio" . Il colloquio è fatto solo di parole, ma le parole non si dicono solo, si ascoltano anche. Ascoltare non è prestare l'orecchio, è farsi condurre dalla parola dell'altro là dove la parola conduce. Se poi, invece della parola, c'è il silenzio dell'altro, allora ci si fa guidare da quel silenzio.

Nel luogo indicato da quel silenzio è dato reperire, per chi ha uno sguardo forte e osa guardare in faccia il dolore, la verità avvertita dal nostro cuore e sepolta dalle nostre parole. Questa verità, che si annuncia nel volto di pietra del depresso, tace per non confondersi con tutte le altre parole.
Parole perdute per il senso profondo della nostra esistenza, che ogni giorno tentiamo di disabitare dietro le maschere in cui è dipinta ovvietà, incrostazioni di felicità, recitate euforie.

Esaltarci per i trionfi o piangere per la morte sono gesti insufficienti al limite dell'ovvio, così come non basta batter le mani tanto per una vittoria quanto per il passaggio di una bara. La depressione chiede di più: non entusiasmi, non pianti, non applausi. La depressione chiede ascolto.

Quell'ascolto che tutti abbiamo negato a Marco Pantani e che, a partire dalla sua morte, potremmo incominciare a inaugurare come primo segno di una cultura meno plaudente perché più riflessiva, più attenta alla solitudine degli uomini.


(la Repubblica, 18 febbraio 2004)

sabato, febbraio 14, 2004

Tratto da il Manifesto del 14 febbraio 2004

GUERRA ALL'IRAQ

Reclutatori nelle scuole Usa

Arrivano nei college e nelle università, a «convincere» gli studenti. Professori e rettori consenzienti
PATRICIA LOMBROSO
NEW YORK
Si presentano in uniforme della U.S. Army ed in borghese quotidianamente nei «campus» delle università pubbliche. Si appostano in ordine sparso davanti alle classi o stazionano nella «cafeteria» dove gli studenti si riuniscono. Si mescolano indisturbati fra gli studenti latino-ispanici, afroamericani e gli immigrati. Si avvicinano suadenti con un biglietto da visita con la scritta di una ditta: «Marines». La scritta in rosso con il nome del sergente presenta questo corollario: onore, coraggio, valore e orgoglio nazionale. Sono gli addetti del Pentagono, «i recruiters» il cui compito è quello di convincere gli studenti più poveri, e dargli la garanzia che, una volta reclutati nell'esercito potranno pagarsi gli studi della retta universitaria aumentata quest'anno di altri 1000 dollari l'anno e di girare il mondo, persino in Iraq! Distribuiscono indisturbati dagli insegnanti e dai rettori dell'università, pamphlet illustrativi, colorati come per un avventuroso viaggio turistico: «Siete pronti a diventare l'orgoglio nazionale? Vi garantiamo che nella carriera militare sarete in grado di pagarvi gli studi ed arrivare alle vette sognate della vostra vita: «Mediante la U.S. Army sarete eligibili per borse di studio di 20.000 dollari sino anche 50.000 dollari. Viaggerete in tutto il mondo». Per ogni studente che viene arruolato nella carriera militare, il recruiter percepisce 1000 dollari, oltre allo stipendio. (continua...) L'operazione «recruiters» del Pentagono fra i college pubblici si è intensificata ultimamente. Il Pentagono ha deciso che per «poteri di emergenza», altre 30.000 unità militari nelle file della Guardia Nazionale e dei riservisti verrà inviata in Iraq con uno stazionamento di 4 anni. Cresce il malcontento delle famiglie dei militari Usa che ha visto il numero dei morti salire. Il numero ufficiale di attentati suicidi dei soldati arruolati è salito a più di 20. Malgrado il lavoro assicurato, anche chi, riluttante, sceglieva di arruolarsi nella Guardia Nazionale, ora declina la morte sicura in Iraq. Gli studenti delle classi di afroamericani, latinoispani, immigrati costituiscono ora l'ultima sponda. Al Bronx Community College, dell'università della città di New York (Cuny), il 95% degli studenti dai 17 ai 24 è portoricana, dominicana, afroamericana e nuovi immigrati.

L'università pubblica riceve il 60% dei sussidi dal governo federale, il 40% dallo stato e dalla città di New York. E' qui che nel «campus» universitario che è iniziata una mobilitazione di protesta: «Stop and out the recruiters dal campus». Scritte sul giornale universitario titolano: «Bloody conquest of Iraq, racist attack on Cuny». «Nei campus di Cuny frequentata da minoranze etniche della classe più povera come il Bronx Community College, recruiters military chiamano gli studenti a casa, presentano i vantaggi di arruolarsi nell'esercito con promesse di sussidi per l'istruzione. Esigiamo di sapere chi dell'amministrazione fornisce loro i nomi. Né è nostro interesse essere mandati a uccidere i nostri fratelli e sorelle nel resto del mondo».

Quando al rettore del Bronx Community college, Bernard Gant, abbiamo chiesto perché il campus universitario ha l'apparenza più di una base militare che universitaria e perché viene accettata questa interferenza, così ha risposto a il Manifesto: «Noi siamo formalmente obbligati a fornire ogni semestre al Recruiting Center tutta la lista degli iscritti per i corsi universitari. E' una condizione necessaria per poter ricevere i sussidi federali. In base alla legge, varata dal Congresso, la Salomon Law del 1996, è obbligatorio per le amministrazioni universitarie ... aiutare l'esercito a reclutare un numero di studenti adeguato per soddisfare la richiesta».

E le promesse di borse di studio per andare in guerra in Iraq? incalziamo. «Ora - risponde - la pressione dell'amministrazione Bush aumenterà. Deve capire che io rappresento l'istituzione. Spetta agli studenti organizzare una protesta in tutte le università». E ora rischia di diventare impossibile rifiutare il reclutamento, nonostante che, formalmente, la leva non sia più obblicatoria: «Si figuri - risponde il rettore Gant - che ora i recruiters possono anche chiamare a casa studenti al di sotto dei 17 anni, l'età minima per essere adatti al reclutamento. Con il progetto "B-No Child left Behind", ribadito da Bush durante il discorso sullo stato dell'Unione è diventato obbligatorio per i presidi delle High School reclutare studenti che sono in procinto di terminare la scuola media superiore. I Recruiters possono quindi entrare in classe quando vogliono».

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mercoledì, febbraio 11, 2004

Tratto da il Corriere della Sera dell' 11 febbraio 2004

Proibizioni, polemiche e scontri politici dopo lo show-scandalo della Jackson

Il seno di Janet scuote l’Impero americano

di GIANNI RIOTTA

NEW YORK - Il presidente non c'era, e se c'era dormiva: «Ho visto il primo tempo, ma non lo show durante l'intervallo. Dovevo lavorare il giorno dopo e mi sono addormentato. Raccontatemi voi» ha dichiarato ai cronisti George W. Bush. Ma tutti gli altri americani c'erano e non solo la notte del Superbowl, la finale del campionato di football, quando la cantante Janet Jackson ha mostrato il seno, con il partner Justin a strapparle il body di pelle (continua...) nera. Il motore di ricerca su Internet Lycos assegna il record della storia informatica al seno galeotto. Nessun evento è mai stato tanto ricercato via computer quanto lo spogliarello un po' goffo. Perfino lo choc dell'11 settembre 2001 è superato, il disastro dello Shuttle, la guerra in Iraq, niente ha agitato il cybermondo quanto la sorella di Michael Jackson desnuda.
Il New York Times parla di «armi di distruzione mammarie», il saggista Tom Friedman vede nello spettacolo sexy la prova del decadimento e della barbarie americana che il mondo disprezza. Il presidente della Fcc, agenzia che governa l'emittenza televisiva, denuncia lo scandalo e promuove un'inchiesta: «abbiamo ricevuto oltre 200.000 messaggi di protesta... la Jackson ha violato una liturgia sacra!». Il presidente si chiama Michael Powell, è figlio del segretario di stato Colin Powell, uno non trova le armi biologiche, l'altro le cerca sotto i pizzi. Powell junior è sotto accusa per aver provato a cancellare le leggi antitrust sui media e il suo zelo beghino gli procura sarcasmi: filomonopoli e antitopless?
Al Superbowl il festival del pacchiano, coiti mimati, un cantante che finge di masturbarsi in diretta, la Jackson che prima si copre il petto come una Madonna del Parmigianino, poi ammette di aver architettato (absit iniuria verbis) il tutto in camerino. Spenti i riflettori parte il festival dell'ipocrisia. George Vecsey, che è il Gianni Brera d'America, bofonchia: «Ce lo meritiamo: ce la prendiamo con i trucchi di Janet Jackson e dimentichiamo la base sozza degli sponsor industriali, delle tv, della Lega Football che sta degradando noi e i nostri bambini!».
La Caduta del Reggiseno Janet diventa Metafora della Caduta dell'Impero Americano. Un avvocato di Knoxville, in Tennessee, ricorre allo strumento che da oltre due secoli viene impugnato dagli oppressi, la legge, e denuncia Cbs e Mtv (le reti che hanno promosso lo show) «siamo vittime di oltraggio, umiliazione, imbarazzo e disagi psicologici». Il Senato e la Camera, siamo dopotutto in un anno elettorale, convocano d'urgenza commissioni speciali su «pornografia e mass media». E la mano del censore cala pesante e grottesca: «E.R.», il serial sugli ospedali, cancella l'inquadratura di un'ottantenne a seno nudo, in corsia prima dell'operazione.
La natura «politica» dello scontro è colta dalla critica femminista Maura Spiegel, docente alla Columbia University e autrice del monumentale dizionario in 387 definizioni "Il libro del seno, una storia intima e intrigante": «Una donna che si scopre il seno, per libera scelta razionale, ha sempre rappresentato nella storia un gesto di sfida, il potere femminile che scuote l'equilibrio». La Spiegel cita Sojourner Truth, protofemminista che nel 1858 si denudò sino alla vita «per dimostrare che le donne erano potenti e potevano sconfiggere la schiavitù». Inoltre, osserva compunta la professoressa Spiegel, poiché la finale del football, uomini giganteschi che cozzano uno contro l'altro in cerca di una palla a forma di vagina, «è il giorno più fallico dell'anno», Janet Jackson non ha cercato di vendere più dischi del nuovo album, né di avere prime pagine come Madonna al bacio con Britney Spears e neppure di ripulire dal nome di famiglia l'alone criminale del fratello Michael alla sbarra per pedofilia. No, suffragetta della videomusic, ha sfidato l'America puritana di Bush e dei cristiani integralisti in nome del corpo, «Eros e civiltà» avrebbe detto il vecchio filosofo Marcuse.
Che cosa sta accadendo? Che la battaglia culturale in corso negli Stati Uniti s'è impigliata per una notte nell'intervallo della finale del football, sul seno di una vivace rockstar, «seno normale di una donna di mezza età, non la turgida appendice al silicone delle ragazze di Playboy» secondo la critica Alessandra Stanley. In Europa tutti straparlano di «America», amandola, odiandola, litigando sulle stelle e strisce. Ma gli Stati Uniti si stanno dividendo culturalmente in un mosaico di popoli e filosofie che ha l'uguale per varietà solo nella Grecia ellenistica. La Corte Suprema del Massachusetts intima al parlamento di approvare subito leggi per il matrimonio degli omosessuali, solo pochi mesi dopo l'abrogazione dell'arresto obbligatorio per «sodomia» al Sud. Sulle coste del Pacifico e dell'Atlantico vive una nazione cosmopolita, elitaria, sessualmente emancipata, multiculturale, progressista e dura da scandalizzare. L'ereditiera Paris Hilton che lancia online i suoi amplessi non inquieta questa America, che non va in chiesa né in sinagoga, ma offre milioni di ore di lavoro volontario a poveri, diseredati, all'ambiente. E' un Paese che detesta la guerra in Iraq, condanna Osama Bin Laden perché nemico fondamentalista, non fuma, mangia poca carne e molta verdura organica, adora i Protocolli di Kyoto e la Corte penale internazionale. Un popolo che voterà per il candidato democratico John Kerry.
Nel Midwest e al Sud vive l'America che arrossisce per il seno della Jackson in tv, relega la nudità femminile ai club per soli uomini, vuole convertire i gay, crede che Armageddon, lo scontro finale tra la Fede e il Maligno, sia alle porte, mette al bando da scuola la teoria dell'evoluzione di Darwin e fa insegnare all'ora di scienze il «creazionismo» derivato dalla Bibbia. Un popolo che non ama l'Europa, considera New York e San Francisco Sodoma e Gomorra del peccato e applaude quando il ministro John Ashcfort fa rimuovere solennemente due statue della Giustizia con bronzeo seno al vento. Gente che manda i figli maschi al football, le ragazze al pianoforte, e tutti e due a catechismo. Che in tv e sul computer inserisce i filtri elettronici per cancellare i siti vietati ai minori, fuma con gusto una Marlboro e adora la bistecca al sangue coperta di burro fuso. Questa America odia Bin Laden come un nemico militare, diffida dall'Onu e dai trattati internazionali. Un popolo che voterà per George W. Bush.
In mezzo ai due Paesi militanti, convive l'America qualunque, che si limita a ridere della pacchianata Janet-Justin, chiude un occhio se il figlio si attarda su Internet in cerca di ragazze, si preoccupa di guerra e posto di lavoro, prega quando può, sogna la dieta e si lascia tentare dalle patatine, vuol vivere in pace con l'Europa ma si è offesa con Chirac ed è indecisa tra Bush e Kerry. Il film tradizionalista e anti Concilio Vaticano II sulla passione di Cristo girato da Mel Gibson sarà il kolossal della stagione per l'America puritana, come "Kill Bill" di Quentin Tarantino ha infiammato la metà disinibita. La foto di Janet Jackson, un morbido seno nudo adornato da un provocante gingillo d'argento sul capezzolo, l'altro seno prigioniero di una medievale fascia di cuoio e metallo, è la Tac accurata delle due Americhe. Ecco la ragione di tanto chiasso.

www.corriere.it/riotta

Gianni Riotta

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